Quanto sei fedele a te stesso?

Restare fedeli a se stessi è difficile, per paura del giudizio altrui, per i vincoli che abbiamo intorno e soprattutto perché cambiamo: per restare fedeli a noi stessi dovremmo essere in grado di accettare continuamenti i tanti piccoli cambiamenti che avvengono, e modificare oggetti e persone intorno a noi di conseguenza.

  • 2015 prendo qualche mese di aspettativa, voglio scappare ma non so verso dove.
  • 2017 apro partita iva come libero professionista, un part-time per prendere le misure.
  • 2019, gennaio, mi licenzio e apro una società in cui mi butto a capofitto, corpo e anima.
  • 2019, giugno, scopro di essere incinta.
  • 2019, luglio, compro casa con il mio compagno e futuro papà.
  • 2019, novembre, trasloco con il pancione.
  • 2020, gennaio, arriva Gemma e stravolge tutto.
  • 2020, marzo, arriva la pandemia e continuo con il (soprav)vivere alla giornata.

Quando è troppo?

Mi sono resa conto che c’è un limite oltre il quale cambiare non è più solo una gioia faticosa, ma una sorta di trauma del sopravvissuto, con tutto il rispetto per i traumi psicologici veri.
Cosa succede quando perdi ogni certezza? 
Succede che l’ultima cosa che vuoi fare è cambiare ancora qualcosa nella tua vita, nella quale non ti riconosci più:

  • ho una nuova grande casa in cui non riesco a trovare gli oggetti che so di averci portato,
  • ho una bimba che cresce passando troppo tempo lontano da me, perché sono impegnata in progetti a cui ho dato la mia parola prima di capire cosa comportava avere un figlio,
  • provo rabbia per essermi ritrovata in una situazione lavorativa che mi sono scelta senza esserne consapevole fino in fondo,
  • ho vissuto più di un anno in un corpo che non riconoscevo più,
  • spesso mi ritrovo ancora divisa tra prima dello “tsunami” e dopo.

Siamo destinati al continuo cambiamento, la biologia ce lo impone, l’evoluzione della specie procede per adattamenti successivi.
Ma abbiamo bisogno di certezze, letteralmente “capi-saldi”, che ci aiutino a leggere quello che accade e a interpretarlo con il minor sforzo cognitivo possibile.
Ecco, se la maggior parte delle nostre energie fosse dedicata a interiorizzare senza giudizio i cambiamenti avvenuti, da quelli minuscoli (oggi mi sento stanca) a quelli più grandi (voglio trasferirmi all’estero), credo riusciremmo a vivere meglio, più a misura di noi stessi.


Negli ultimi due anni nella mia vita sono cambiate più cose di quante potessi mai immaginare, ne sono cambiate talmente tante che la sola energia rimasta l’ho usata per accettare quello che è successo.
E sai che c’è?
Non sono mai stata così felice come ora.
Sono diventata mamma e proprietaria di casa, idee da cui fuggivo a gambe levate fino a qualche anno fa; ho cambiato lavoro, stile di vita, luoghi e modalità di spostamento.
Ho imparato a praticare la self-compassion, ad amarmi, sono meno presente per gli altri ma con livelli di attenzione più alti.


Finalmente riesco a tornare su questo blog dopo più di due anni perché ho ritrovato la rotta, me stessa: sono sempre una naufraga aggrappata a un relitto galleggiante ma me la sto godendo, mentre agito le gambe verso la direzione che ho scelto di prendere.
So che posso cambiare direzione quando voglio e sono cosciente che tutto può succedere, che il limite sconfinato che vedo intorno a me è solo provvisorio: non sono in grado di vedere il panorama completo, posso solo accettare che non vedo tutto e che domani potrebbe comparire all’orizzonte qualcosa che mai mi sarei aspettata di vedere.
E allora cosa importa se lavori da dipendente, da libero professionista, in una piccola impresa o in una grande azienda, se sei in forma, se hai figli, un partner, una casa tua o con i tuoi genitori: qualunque attributo di cui hai bisogno per definirti è solo un attributo, un post-it appiccicato su di te, non cambia la tua essenza.
Ma gli attributi che usiamo per definirci influiscono su quanto siamo disposti a uscire da quella immagine di noi che ci dà sicurezza, quando in realtà se nel frattempo sei cambiato, quella sicurezza non è altro che una prigione che ti toglie energie invece che darti forza.

Non so definire chi sono, ma mi sento fedele a chi sono ora, e tu?
Quanto ti riconosci nei post-it che porti appiccicati addosso?

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