Di diversità, disabilità e innovazione.

atleta special olympicsCosa c’entrano disabilità e innovazione?

Sì, sono temi molto diversi tra loro, ma hanno un punto in comune determinante, il nostro approccio mentale.
E come ogni altra cosa in questo blog, nascono dal mio carburante preferito: parlare con le persone.

Racconto n. 1

Questa estate, un’amica mi ha confidato che hanno scoperto che suo figlio è super dotato: una capacità intellettiva fuori dal comune ma che ha bisogno di più stimoli del normale per svilupparsi pienamente. E questa notizia l’ha spaventata tantissimo, nonostante sia una bella notizia, perché ha paura di non essere all’altezza del compito di essere genitore di un piccolo genio.

Racconto n. 2

Ho passato una sera di settembre ragionando con un’altra cara amica di maternità, e di cosa fare in caso di figli disabili. Nessuna di noi due ha figli, abbiamo passato i 35 da un po’, e sappiamo che le statistiche ci dicono che più passa il tempo più è possibile che un’eventuale maternità possa comportare una disabilità del nascituro. E questo spaventa molto. Spaventa al punto da preferire di non tentare nemmeno di diventare genitore, pur avendone grande desiderio.

Racconto n. 3

Nell’ultimo anno ho parlato con tanti piccoli imprenditori, con grandi idee per rinnovare e far crescere i loro business. Ma la metà di loro non sono partiti, si sono fermati prima, alla teoria. Quando è stata ora di passare alla pratica hanno avuto paura di buttarsi in qualcosa di nuovo. Stanno ancora cercando ora il coraggio di cambiare, mentre le loro idee invecchiano.

La paura dell’ignoto è la madre di tutte le paure: se non sappiamo, non riusciamo a prevedere cosa potrebbe succedere e in men che non si dica la nostra fantasia, a braccetto con la paura, disegna gli scenari più apocalittici che si possano immaginare. In assenza di confini la creatività erutta senza limiti, ma in negativo, in questi casi.

Racconto n. 4

L’altro ieri ragionavo con alcuni colleghi su come cambiare la cultura aziendale interna, a favore di un maggiore benessere e di una migliore produttività.
E ci siamo accorti che il fattore determinante è l’esempio: chi sta sopra (gerarchicamente) si deve comportare secondo gli stessi valori che l’azienda vuole diffondere al suo interno. Senza fatti coerenti con le proprie parole, queste ultime vengono registrate come aria al vento.

Tutti noi essere umani apprendiamo per similitudine, i nostri neuroni specchio sono quelli che fin dalla più tenera età ci permettono di imparare per imitazione sempre nuove abilità, dal ristretto nucleo familiare all’inizio, per poi via via allargare all’intera società una volta adulti.
Questa cosa di imparare per imitazione ce l’abbiamo proprio nel DNA del nostro cervello e seppure sia stupendo, perché ci ha permesso di crescere ed evolvere, ha una conseguenza importante: noi apprendiamo per modelli.

I modelli sono la base da cui partiamo, e sono quelli a cui ci affidiamo per adattarci ai cambiamenti.

Se ci troviamo in un’esperienza del tutto nuova, e non abbiamo modelli verosimili da applicare ci sentiamo persi, e abbiamo paura dell’ignoto. Se invece siamo in grado di leggere la nuova situazione rispetto a un qualche modello appreso, nel nostro passato o nel confronto con gli altri, siamo timorosi, ma non impauriti (della differenza tra paura e timore ne ho già parlato qui).

Torniamo ai primi due racconti: di neomamme che passano le ore a confrontarsi sulla crescita dei propri piccoli è pieno il mondo, dalle sconosciute on line, alle amiche, ai ricordi delle nostre mamme o di quelle dei nostri amici.
Una neo mamma avrà mille timori ma avrà sempre a disposizione una serie di esempi a cui fare riferimento per pensare: “ok, ce la posso fare”.

Molto più raro invece trovare gruppi di mamme con figli che hanno lo stesso problema specifico del tuo (che sia un super QI, una disabilità o una qualunque altra rarità). Solo ora, con l’avvento dell’era digitale ci si può sentire meno soli, meno “fenomeno da baraccone” e più “tranquilla, è capitato anche a mio figlio”. Solo grazie a Internet e alla connessione con altre persone fisicamente distanti, si è potuto capire che non eravamo le uniche in mille generazioni del paesello, ad avere un figlio così. Prima, se non vivevi in una grande città, ti sentivi sola al mondo come nessuno mai.

Non avere modelli ed esempi conosciuti da applicare ci fa sentire inermi, e ci fa credere di essere incapaci, a priori, di affrontare una nuova situazione.
Perché non possiamo attingere a un numeroso gruppo di persone che hanno vissuto la stessa esperienza, e che ci possano raccontare cosa hanno tentato, cosa ha funzionato, cosa è stato inutile e cosa dannoso.

La stessa cosa nel business ovviamente, la parola stessa innovare vuol dire andare incontro a situazioni sconosciute, nelle quali non sapremo come muoverci, nelle quali dovremmo sperimentare nuove soluzioni per verificare se e quanto funzionano.

Come aiutare le persone impaurite dall’ignoto che devono affrontare ?

Secondo me la soluzione è divulgando cultura, facendo sapere a più persone possibili quello che sappiamo, per far sì che aumenti il patrimonio comune di conoscenze, che venga condiviso urbe et orbi, in modo tale che sia pronto, e a disposizione, di chi ne avrà bisogno al momento giusto.
Il fine è poter arrivare a dire “conosco una persona con un problema simile al tuo che aveva fatto così e colà e aveva/non aveva funzionato” e aiutare ad affrontare la difficoltà con qualche strumento in più.

Me lo immagino già un mondo del genere, così ricco e aperto alle differenze da avere esempi e modelli per ogni situazione, a cui possiamo appoggiarci per seguirli in tutto e per tutto o per prendere ispirazione e provare qualcosa di diverso.
Un mondo di cultura diffusa a livello capillare, così che ognuno di noi senta e sappia che tutte le diversità sono semplici esternazioni differenti dell’esistenza. Non ci saranno più bambini “speciali” perché lo saremo tutti, così come siamo tutti altrettanto simili.

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3 pensieri su “Di diversità, disabilità e innovazione.

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